come ho pubblicato il mio primo romanzo

Come ho pubblicato il mio primo romanzo

Questo è un post veramente molto personale. Per molto tempo ho pensato a se, quando e come sarebbe venuto il momento di scriverlo. Oggi finalmente vi parlo di un progetto che mi sta molto a cuore, un progetto che ha scelto me, non viceversa, e mi ha costretta ad uscire dal mio guscio, nonostante io non sembri poi così timida.

 

Tutto inizia nel novembre del 2013.

 

Ricevo una mail un po’ criptica e sintetica.

“E’ da un po’ che ti leggiamo e vorremmo conoscerti. Ci vediamo per una colazione da…segue nome di bar shabby chic milanese”.

Firmato: persona a me sconosciuta che lavora in grande prestigiosa casa editrice.

 

Non so che pensare. Se è una cosa di lavoro perché non vedersi in ufficio? Siccome pochi giorni prima sono stata invitata in qualità di blogger alla presentazione di un libro della stessa casa editrice, penso che vogliano chiedermi qualche consulenza. Comunque vado all’appuntamento rilassata e senza aspettative di alcun genere.

E invece, mi ritrovo davanti a due editor, che in curriculum hanno il lancio della grande scrittrice i cui best seller albergano nella mia libreria. Insomma, un bel contattino.

 

E la cosa incredibile è che mi chiedono se me la sento di scrivere un romanzo.

Incredibile, perché al giorno d’oggi è pieno di aspiranti scrittori che elemosinano l’attenzione delle case editrici sperando in una pubblicazione. Gente che ha frequentato corsi di scrittura creativa, che magari ha già autopubblicato dei libri, che si sente scrittore dentro, che vive per quello. Gente che mi avrebbe estratto a mani nude da quel bar e gettata in strada per essere al mio posto, chiedendomi: ”Cosa hai fatto per essere qui?”.

 

E invece no. Io avevo un blog, abbastanza interessante, ed era quello che era piaciuto ai due editor.

(Apro una parentesi.

Esistono nella vita dei momenti di verità assoluta. Possono durare anche due secondi, ma sono quelli in cui succede qualcosa che cambia tutto per sempre. Per me questo è successo il 22 settembre del 2008. Mentre mia figlia neonata dormiva nel suo lettino, io ho aperto il mio blog, decidendo in tempo zero che si sarebbe chiamato Manager di Me Stessa, pay-off: essere se stessi senza un biglietto da visita.

Non mi rendevo conto che questa definizione avrebbe fatto la differenza. Sempre, anche oggi. Due righe sufficienti a raccontare una storia. Ad immaginare un romanzo.

Chiusa parentesi.)

 

E dunque mi chiedono se me la sento di scrivere un libro su un certo tipo di identità femminile, quella new domesticity di cui si sente parlare sempre più spesso. All’inizio non capisco: non vogliono qualcosa sul blog? No, non è quello che interessa, già fatto. Interessa il racconto di una donna che abbandona la vita da manager per fare la mamma. Non un’autobiografia, ma una storia liberamente tratta da.

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Allora, mi interessa o no?

Io sono una che risponde sempre sì e che butta il cuore oltre l’ostacolo. Amo scrivere fin da bambina, da quando a 8 anni mia madre mi regalò una Lettera 42. Penso: vedi che non credi mai abbastanza in te stessa? Hai una storia lì sotto il naso, dovevano accorgersene gli altri?

Quindi, dico sì e in pochi giorni butto giù storia e sinossi dei personaggi, che piacciono tantissimo.

“Già pronti per la quarta di copertina!” esulta uno dei due editor, quello che ha la fama di più severo.

 

E io a questo punto ho la conferma che la storia è sempre stata lì, dentro di me. Bastava allungarle la mano ed aiutarla ad uscire dalla mia timidezza, dalla mia paura di non essere all’altezza.

Insomma, alla fine prego gli editor di starmi a fianco come a una bambina il primo giorno di scuola e metto la firma sul contratto.

 

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Per qualche giorno vago sbattendo contro gli stipiti di casa, realizzo l’occasione che mi è stata offerta e capisco – con piacere – che essere una blogger di nicchia non è un handicap se hai una storia da raccontare. Comincio a scrivere il romanzo ed è a questo punto che mi accorgo che è un’operazione difficilissima. Consapevolezza che arriva solo se nella vita hai avuto buone letture e quindi hai idea di cosa sia leggere un libro scritto bene, da uno che lo sa fare.

Così imparo moltissime cose, tra cui:

 

  • Esordire con un romanzo senza aver mai frequentato un corso di scrittura creativa rende il tuo compito molto difficile. Commetti macroscopiche ingenuità stilistiche e di costruzione della storia. Cose che lette mesi dopo ti appaiono così evidenti, ma…sì, dovevi sbagliare per capirlo.

 

  • Il difficile è iniziare. Se è vero che l’incipit è determinante per farti leggere fino alla fine, i primi due capitoli sono un incubo. Li scrivi e li riscrivi, più volte. Non sembrano mai andare bene. Passi dall’entusiasmo alla depressione, non ti senti più né speciale né predestinata al successo. Poi, improvvisamente, capisci che ci sei. E vai avanti. Ed è solo quando i primi quattro capitoli filano che senti di avere svoltato. La storia ha preso il suo abbrivio, vento in poppa.

 

  • Scrivere è mettersi nudo su un palcoscenico di un teatro affollato. Non puoi fingere sentimenti che non hai mai provato, situazioni che non hai mai vissuto, relazioni che non hai mai sperimentato. Anche se il romanzo non è autobiografico, ci sei tu lì dentro. Con la tua vita vera, che in qualche modo riesce a creare un corto circuito tra cuore e cervello e guida la tua mano a scrivere la frase giusta per tratteggiare un bacio, una lacrima, un sorriso, una frustrazione.

 

  • Non puoi scrivere bene se ti poni il problema di cosa ne penseranno gli altri. Tanto vale smettere subito. Scrivere è un’esigenza, un bisogno primario.

 

  • Scrivere fa venire tutti i nodi al pettine. Se in te c’è qualcosa di irrisolto salterà fuori sicuramente. Un po’ soffrirai, un po’ ti esalterai, un po’…ti vendicherai. Non c’è nulla di più terapeutico che mettere in scena un finale diverso a qualcosa che è finito male nella vita reale, punire un traditore, mettere una persona vera nei panni di un personaggio di fantasia.

 

  • Con il tuo editor deve scattare il feeling. Lui deve capire quale messaggio hai dentro ed aiutarti a raccontarlo agli altri. L’editor non può limitarsi ad offrirti consigli tecnici (importantissimi, per carità), ma deve appassionarsi alla tua storia e ai tuoi personaggi. Deve ricordarsi che sei quello nudo sul palcoscenico del teatro affollato. Devi poterti fidare di lui. L’editor è anche quello che ti tira le mazzate, ti taglia i pezzi di capitolo, ti punisce. Ed è quello che ti mette in agitazione quando il cellulare squilla e leggi il suo nome. Ma è anche quello che ti fa godere quando ti dice che stai lavorando bene, che la storia gira, che possiamo andare avanti. L’editor deve rispettare la tua voce e non snaturarla. Avercene di editor così.

 

Comunque, mentre mi butto anima e corpo nella stesura del romanzo, mi viene un gran mal di schiena. Lo sapete, vero, che Murakami scrive al mattino e poi si fa dieci chilometri di corsa tutti i pomeriggi? Scrivere fa malissimo alla salute fisica e bene a quella psicologica (tendenzialmente).

 

Inoltre i miei figli mi assillano. Per scrivere hai bisogno di una stanza tutta per te, come diceva Virginia Wolf. Di tempo per la scrittura concentrato e lontano dalle distrazioni. Di rispetto della tua privacy. Per una madre questa è la sfida più grande. Uno dei giorni di maggiore produttività è stato quando ho viaggiato sola verso Roma in un sedile isolato di prima classe.

 

Passano i mesi. L’editor batte il ritmo e io filo come una brava scolaretta. Insomma, molto lavoro, molta fatica, finchè un giorno finisco il romanzo. Evviva!!!

 

Il lavoro di editing è ancora lungo, certo, ma è una data importante. Mi rileggo e mi piaccio. Ehi, la storia gira!

 

Siamo a maggio 2015.

Ed è a questo punto che succede qualcosa di totalmente inaspettato.

La mia casa editrice mi molla.

Sì, avete capito bene. Mi butta via, rossa di vergogna, ma inflessibile.

 

Avete presente quel proverbio, pesce grosso mangia pesce piccolo? Ecco, la mia grande casa editrice stava diventando il pesce piccolo e noi esordienti, per motivi di bilancio, la zavorra di cui liberarsi per non far affondare la nave.

 

Allora, diciamolo: non è che se hai un contratto,  lavori al romanzo per un anno e mezzo e ti hanno assegnato un editor assumi necessariamente un significato per un certo tipo di casa editrice. Balle. Sei un numero, non “una voce”, come ti dicono quando vogliono lisciarti il pelo.  Sei una nicchia e pure temporanea, sei un “vorrei ma non posto” se non c’è la copertura budget.

 

Quindi il mio romanzo è passato da “promettente lancio del 2016” a “good night and good luck”.

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Sarò onesta: per la delusione ho pianto due giorni. Ho anche avuto il rigetto per il libro. Un buco all’autostima grosso così. L’ho chiuso in un cassetto perché non ne volevo più sapere niente.

Poi, fortunatamente, ho capito che sarebbe stata una grande ingiustizia non pubblicare il mio lavoro e mi sono messa a caccia di un nuovo editore.

 

Ehi, vi farò una grande rivelazione:

agli editori degli esordienti non gliene frega niente.

 

Non li leggono nemmeno, manco se hanno la raccomandazione. Certo, può succedere, lo auguro a tutti quelli che ci provano, ma la bravura da sola non basta. Ci vuole un fattore C molto forte. Per cui se nella vita siete mediamente sfigati (o mediamente fortunati), questo sarà il trend. Io appartengo al trend “dalla merda nascono i fiori”. E voi?

 

Insomma, arriviamo alla fine di questa storia.

 

Ce ne ho messo di tempo, ma finalmente il mio romanzo è diventato un libro vero.

Non avevo più voglia di far passare altri mesi nell’attesa di una risposta di un eventuale editore e ho scelto il self-publishing. Avevo bisogno di chiudere questa esperienza, o forse di aprirla al mondo, finalmente. Altrimenti sarebbe rimasta inespressa come una storia d’amore mai vissuta, da rimpiangere per sempre.

E’ stato divertente costruire la copertina, il sito, la pagina Facebook.

 

Il romanzo si intitola “Senza biglietto da visita. Cosa sei disposta a lasciare per essere te stessa?” e si può acquistare sia come e-book (qui) sia in edizione cartacea (qui).

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Parla di Silvia Colombo, un bel nome lombardo che è tutto un programma, una trentenne ambiziosa che si è messa in testa di diventare la dirigente più giovane dell’azienda maschilista in cui lavora. Ha una mamma di successo, delle amiche molto sveglie e un ex fidanzato di cui non sente la mancanza. Ma, improvvisamente, le accade qualcosa che sconvolge il suo orizzonte e ribalta le sue priorità…Non vi dico cosa altrimenti vi rovino il colpo di scena finale, anzi la sequela di colpi di scena.

 

Secondo me, è un libro in cui tutte potenzialmente possiamo riconoscerci, le situazioni sono quelle che accomunano la maggioranza di noi ragazze nate negli anni ‘70 di fronte alle scelte importanti della vita.

E’ un libro che offre più domande che risposte e contiene tanta realtà. Compresi dei bei dialoghi al vetriolo tra donne. Quando dico realismo mi riferisco anche a questo 😀

 

E adesso?

 

Portare a termine la pubblicazione del libro è stato impegnativo, un esercizio di grande volontà e fiducia in me stessa. Non è facile sottoporsi al giudizio degli altri senza il comodo paracadute di una casa editrice, che ti aiuta con il suo ufficio stampa e qualche piazzamento in libreria. E che soprattutto dà credibilità al tuo proporti come scrittrice.

 

Adesso ho bisogno di voi, che mi leggete qui sul blog o mi conoscete di persona. Insomma, TOCCA A VOI!

Leggete il mio romanzo e, se vi piace, fatelo conoscere. Il passaparola dei lettori è tutto.

E io?

Ora sono felice: la mia storia non è più solo mia, ma anche vostra.

 

Leggi anche: il sito di “Senza Biglietto da visita”, la pagina Facebook, Amazon per acquistare.