io sono femminista

Io sono femminista ma per davvero

Io sono femminista.

Fatemi iniziare così, con una frase politically scorrect, comoda come un intimo di lana che punge…
Sono figlia di un generale, un uomo per molti versi geniale, padre di 4 straordinarie figlie femmine.

Da figlia non mi sono mai sentita meno di un maschio, non mi sono mai sognata di preferire di essere maschio (tranne quando mi facevo la ceretta), non ho mai sentito di avere dei limiti perché ero una femmina. Tuttavia a casa mia il femminismo era considerato una roba da poveracce, donne con problemi di femminilità e di affermazione, perché le donne in gamba non andavano in giro dicendo “io sono femminista”, di quelle che lo facevano veniva da dire “poveretta”.
Mi ci sono voluti diversi decenni per scoprirmi profondamente femminista, per capire le cose straordinarie che il movimento femminista aveva conquistato. Per sentire di voler riscattare questa idea e quest’affermazione sono dovuta diventare madre, sono dovuta passare dal mio corpo, anzi!

 

Da il “corpo è mio e me lo gestisco io”.

 

La prima volta che questa affermazione ha avuto un senso per me ero incinta del secondo figlio e mi rendevo conto di una cosa che io ero bravissima a fare, senza andare a scuola, e solo perché ero una donna e avevo milioni di anni di prestigiosi successi evolutivi alle spalle: portare un bebè nel mio ventre, partorirlo e allattarlo.

Suona un po’ retrogrado e non molto femminista? Dite la verità…

 

 

 

Eppure questo sapere profondo, innato, mio e solo mio in quanto donna, neanche sperimentabile da un uomo, cercavano di scipparmelo di continuo e lo vedevo scippato di continuo a centinaia di donne intorno a me.

 

Volevano farmi credere che due dita aperte in vagina ad attestare il grado di dilatazione della cervice, il mio corpo seminudo messo in posizione comoda per tutti quelli intorno tranne che per me, l’infusione di sostanze sconquassanti nel mio corpo, come se io non fossi capace, senza tutti quei controlli, quella chimica, quei comandi, quelle mani fruganti, quelle forbici nei posti sbagliati di fare quello che per milioni di anni avevo saputo fare.

 

Così le gloriose femministe del passato avevano bruciato i reggiseni e nella corsa alla parità, avevano gettato via il pezzo più “da femmina” di tutte: la maternità.

 

E lo capisco eh, aveva senso voler prendere le distanze da quello che sembrava ancorarle al focolare, mentre gli uomini non avevano vincoli alle loro aspirazioni.
Ma la nostra vagina?

 

Se finalmente eravamo libere di usare gli anticoncezionali e vivere la sessualità senza doverne dare conto, avevamo consegnato il sapere più femmina del nostro corpo in mani di altri, per lo più maschi: ci hanno convinte che non siamo capaci di fare cose che solo noi donne possiamo fare.

Ci siamo fatte scippare la nostra capacità di sentire il nostro corpo, la nostra fiducia nell’abilità con cui nasciamo di dare la vita e nutrire la vita.

Ci siamo fatte convincere che noi, donne forti, al momento del parto non possiamo attraversarlo senza l’aiuto di altri. Ci siamo fatte convincere che quello è un momento di dolore inutile e fine a se stesso, pericoloso, in cui non ce la possiamo fare o quasi.

 

Nel mio post che partecipa a marzo all’iniziativa #davveropari (La conciliazione maternità lavoro è impossibile) voglio essere scomoda, voglio dire una cosa non particolarmente main stream.

 

Se volevate sentir parlare di quando io e il mio collega, entrambi laureati in economia e commercio, io in un’università più prestigiosa e con un voto più alto, venivamo chiamati “signorina” io e “ingegnere” lui; se volevate sentir parlare di come, alla terza figlia ho mollato una posizione di dirigente in un’azienda con uno stipendio più alto di quello di mio marito e mi sono reinventata, perché quella non era una vita a misura di una donna con famiglia, leggete il bellissimo romanzo “Senza biglietto da visita” di Veronica, immersi in una lettura avvincente scoprirete questo punto di vista. Io qui vi parlo da femminista e vi parlo di cose scomode anche per noi donne.

 

come ho pubblicato il mio primo romanzo

 

Se noi donne cominciassimo con il chiedere di tornare a sentirci padrone del nostro corpo nell’essenza più intima e profonda che attiene al femminile, se cominciassimo a chiedere che questa parte di noi, la parte che, rispetto ad un qualsiasi essere umano, ci rende madri, venisse valorizzata, rispettata, considerata nella sua sacralità?

 

Se io donna torno ad essere nel potere di usare, sentire e gestire il mio corpo al momento della nascita, quando divento madre; se tutti intorno riconoscono la sacralità, l’intimità di questo momento; se la mia strada per arrivarci è una strada di empowerment, di riconoscimento, non di paura, di dolore, di affidarsi ciecamente, allora il mio essere madre acquista un grande valore. E forse, anche l’essere padre ritrova il suo ruolo.

 

 

Il mio #davveropari parte da qui: ognuno può vivere la dignità del proprio essere unico e valorizzato per ciò che è intimamente, nelle sue capacità, abilità, aspirazioni.
Se fin dall’inizio della vita essere madre è un valore e una cosa sacra, allora forse essere madre e padre nel modo più adatto al nostro sentire diventa una scelta che risponde davvero al bisogno intimo di ciascuno di noi.

 

 

Barbara Siliquini

Da single impenitente, affamata di vita, girovaga del mondo, donna in carriera, sono diventata una mamma allattona, spesso alternativa e innamorata del grande universo della nascita dolce, dell’alto contatto, della vita consapevole.
Così è nato GenitoriChannel, per condividere con tutti: i dubbi nell’essere genitori, le scoperte, l’idea del rispetto come primo valore della genitorialità, i trucchi per vivere il quotidiano con leggerezza e con consapevolezza.

Sul tema #davveropari leggi anche i post di Genitori Channel , ClaudiaAlessia e Mamma Felice.

 

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