La verità sul caso Harry Quebert

Lo dice anche il Corriere: quest’anno sotto l’ombrellone si legge più Joël Dicker che “Grey”, sequel delle 50 Sfumature.

Posso confermarlo: erano mesi che fissavo lo scaffale della libreria su cui avevo riposto “La verità sul caso Harry Quebert”, pregustando il momento in cui avrei potuto metterci sopra le mani.

copertinaE’ un librone, pesa un sacco, lo sgualcisci non appena cerchi di leggerlo stravaccata sotto l’ombrellone: segnali inequivocabili della lettura avvincente che ti farà rinunciare ad un bagno rinfrescante pur di per poterlo finire.

E così è stato, le aspettative non sono andate deluse. Per cui ve lo consiglio, vi terrà compagnia. Stanotte ho fatto le due per finirlo.

Che poi anche voi lo finiate per capire veramente chi è l’assassino è ovvio, ma forse non sarà l’unico motivo.

O almeno non lo è stato per me. Sapete quando uno dei personaggi principali vi sta irrimediabilmente antipatico? Vorreste arrivare in fondo al romanzo per sapere se muore sulla sedia elettrica, finalmente.

C’è questo esimio professore, quello del titolo, Harry Quebert. Viene continuamente descritto come un genio, un’eminenza grigia americana autorevole e rispettata. Ma la lettrice accorta intuisce subito (diciamo nel primo terzo del romanzo) una nota stonata. Dicker gli fa dire delle banalità pazzesche, che al suo discepolo sembrano verità illuminate, lo descrive impegnato tutto il giorno a dar da mangiare ai gabbiani e riscaldare pizze surgelate nella sua grande casa “da scrittore”, in cui vive solo come e con un cane. Ma si sa, i geni cercano l’isolamento.

Dopo un po’ scopriamo che trent’anni prima ha avuto una storia di due mesi con una quindicenne, sua musa, che gli faceva da editor del suo grande capolavoro letterario.

Se noi nella realtà vedessimo un sessantenne dar da mangiare ai piccioni in Piazza Duomo, avere una tresca con una quindicenne e farle fare l’editor di un suo romanzo di successo potremmo solo pensare che sia uno sfigato, un vecchio satiro oppure, nell’ultimo caso, abbia scritto “Tre metri sopra il cielo”.

Per cui passi tutto il tempo della lettura, avvincente, questo sì, con un sacco di colpi di scena, ritenendo questo Harry Quebert il vero mistero del libro. Cioè.

Ben congeniata la trama, ben costruiti gli stravolgimenti di scenario, interessante l’ambientazione e l’atmosfera (la solita provincia americana – yawn – ma si presta bene, come la provincia inglese e perché no, la provincia pugliese o siciliana che conosciamo con Carofiglio e Camilleri), ma proprio poco credibile tutta la storia d’amore Quebert-splendida quindicenne, con dialoghi ridicoli da romanzetto Harmony. Tra l’altro è chiaro che vanno a letto insieme, ma secondo Dicker passano il tempo a danzare a piedi nudi sulla spiaggia senza scambiarsi nemmeno un bacetto. Ah sì, e a dar da mangiare ai gabbiani. (Forse per il suo editore anglosassone non si poteva dire di più.)

Il che, secondo me, è un limite, perché questa storia è alla base di tutto il romanzo e che sia così banalmente costruita e poco credibile lo azzoppa non poco.

Lasciamo stare che poi tutti i personaggi di contorno siano stereotipati al parossismo (le donne tutte cattive e sciocche, la jude mame del protagonista su tutte, i bravi uomini sottomessi e quelli cattivi che menano). Questo libro è perfetto per farne un film e lo farà Ron Howard.

Ciò detto, chiedetemelo pure: ma cosa vuoi da un tomo di 800 pagine nato per accogliere le tue ditate di crema abbronzante ed isolarti piacevolmente da tutto il resto del mondo?

Niente di più, avete ragione voi.

E l’autore, Joel Dicker, è una gran bel figo. Tutte le volte che chiudete il libro vi sorride invitante dalla terza di copertina ed è un piacere per gli occhi. Leggetelo.

dickerSpoiler: alla fine del libro capirete che l’immagine di copertina su cui vi siete scervelleate non c’entrava niente con la storia. Bella lo stesso, però.