New York non è

Ma New York non è l’America

La prima volta che ho visitato New York avevo 18 anni.

 

L’ultima, 45.

 

27 anni che sono un secolo per una città in eterno movimento, ma anche per me. Allora ero una ragazzina affamata di vita, oggi sono una donna.

 

Questo è stato un viaggio in famiglia, organizzato per portare i ragazzi dentro quel mondo che conserva, generazione dopo generazione, l’attrazione magica dei posti dove succede sempre qualcosa di eccitante.

 

La prima volta  che ho visitato New York mi batteva forte il cuore.

 

Diventavo maggiorenne nel posto più importante del mondo, il luogo in cui nascevano e si realizzavano nuove idee, mode, musica, film. Tutto mi sembrava più grande, più colorato, più veloce.

Più vivo. E anch’io là mi sentivo più viva. 

 

Ricordo una domenica pomeriggio, a casa di un giornalista di Rai International che casualmente era il cugino di un mio compagno di corso. Ci aveva lasciato le chiavi e noi, sdraiati sul suo divano,  mangiavano gelato Haagen Daz, quello superpannoso che da noi ancora non si trovava nei supermercati.

Che si fa dopo? Passeggiata a Central Park? Shopping a Sud Manhattan?

C’era una luce stupenda e io mi sentivo così libera e padrona della mia vita nella città più importante del mondo!

 

 

La New York di quel 1990 era il luna park degli adulti, il luogo in cui fare esperienze da noi impossibili.

 

Ci sentivamo come in un film. A mio padre in una telefonata intercontinentale l’avevo anche detto:”Papà, è come al cinema!”

 

Le telefonate si facevano da un telefono pubblico, dopo aver collezionato qualche monetina. All’epoca la telefonista ti chiedeva con quale operatore desideravi fare la chiamata (AT&T  o il competitor) e poi istruivi i tuoi a casa a rispondere subito “Yes!” quando la tipa proponeva loro di pagare la telefonata.

 

Quell’estate noi ragazzi camminavamo come formichine lungo queste lunghissime avenue, sotto un sole reso ancora più cocente dall’asfalto caldo, e, sudatissimi, volevamo andare a tutti i costi negli shop di cui si favoleggiava a casa tra amici.

Dall’Italia infatti, si partiva già con l’idea di acquistare sul posto una valigia in più, da riempire di articoli introvabili nel nostro paese.

Il pellegrinaggio partiva dai negozi di elettronica dove contrattare l’acquisto di orologi, registratori ed amplificatori (rigorosamente a cassetta!). Il must erano i Ray Ban a specchio, quelli indossati da Tom Cruise in Top Gun, che si prendevano in quantità industriali per rivenderli in patria o regalarli ai parenti.

 

Stop obbligato all’Hard Rock Café con foto di rito e maglietta Hard Rock Café New York da esibire a scuola.

 

Visitare Little Italy o China Town era un’operazione pittoresca anche se un po’ farlocca.

 

E poi a guardare la facciata della Trump Tower, perché negli anni ‘80 essere palazzinaro arricchito era una cosa cool e cosa c’era di più big e cool che costruire grattacieli pacchiani sulla Quinta Strada?

 

I grattacieli ci facevano girare la testa, anche solo ammirandoli dal basso. Per apprezzare la skyline si saliva sull’Empire State Building ma anche sulle Twin Towers. Quando sono crollate ho tirato fuori la foto che mi sono fatta scattare lassù. Ci ho visto una giovane donna determinata, tutta in tiro e lanciatissima verso il suo futuro da top manager.

Sia le torri sia quella ragazza non esistono più.

 

Cosa offre oggi New York ad una famiglia di italiani in vacanza?

 

Lo shopping non è più l’obiettivo dei nostri sfavillanti ed edonistici anni ‘80. La globalizzazione ci consente di acquistare a casa nostra giocattoli Disney nei Disney Store sparsi in giro per la penisola, l’Hard Rock Café resiste ma è un mito sbiadito superato da altri brand,  i Ray Ban ce li prendiamo su internet, così come le magliette cool, i gadget e tutto il resto. A New York ti compri le cartoline e la Statua della Libertà in miniatura (made in China), proprio per dire che non sei tornato a mani vuote. Little Italy praticamente non esiste più (meno male) e China Town ce l’abbiamo già a casa nostra, più bella.

 

Ma forse tutto questo è un bene.

 

Perchè ti consente di uscire dall’orgia consumistica, vedere New York con occhi nuovi e focalizzarti sui messaggi più importanti, quelli che vedi solo macinando chilometri a piedi e mischiandoti alla gente comune.

 

Non ci sono più le Twin Towers, è vero, ma c’è il 9/11 Memorial, l’unico museo al mondo dove discretamente ti offrono dei kleenex. Ci sono quartieri nuovi e ben progettati. Penso ai Brooklyn Heights, con la loro vista mozzafiato su Manhattan e il ponte.

 

 

O alla High Line, vicino alla Columbia, una ferrovia diventata giardino pedonale, grazie ad un’operazione di restauro e riutilizzo.

 

Ci sono sempre i famosi musei, i musical a Brodway, le messe gospel ad Harlem, ma sapete che vi dico?

Che se da ragazza amavo il caos della folla del centro, oggi invece dopo un po’ non lo sopporto più.

Evviva i quartieri più periferici e vivibili, dove incontri facce bianche, nere e gialle in una tranquilla convivenza.

 

 

Ho pensato che qui in Italia, e pure a Milano, città in cui di stranieri se ne incontrano parecchi, siamo ancora così provinciali…

A New York la seconda lingua parlata è lo spagnolo, moltissimi ti parlano in inglese con accento che inglese non è, bambini mulatti trotterellano ai parchetti, sulla metropolitana si alternano pubblicità in più lingue, alcune delle quali parlano di inclusione, diversità  e cittadinanza attiva.

 

Ma New York non è l’America.

 

Me lo ha ricordato quella bambina che al buffet dell’albergo girava indossando orgogliosa il cappellino con la scritta Trump.

 

Ed è paradossale che Trump, uno dei figli più famosi di New York, rappresenti oggi proprio tutto ciò che ne nega il modello: l’America provinciale dei piccoli centri, dei bianchi over50, dello sguardo al passato.

 

Ho insistito molto per visitare Ellis Island, sede del museo dedicato all’immigrazione dall’Europa.

Sapete che nell’Ottocento esisteva un movimento contrario ai cattolici, specialmente agli irlandesi, per preservare la bontà dei valori anglicani? Ma anche i cinesi non erano esattamente ben accetti.

 

Ellis Island è indubbiamente un posto che ti costringe a dare un’interpretazione della realtà italiana ed europea, a confrontarti con l’esperienza americana in cerca di analogie e differenze (secondo me notevoli) con la nostra situazione.

 

Da qualche anno poi, New York ha smesso di essere l’unico centro del mondo. Anche altre città sono altrettanto dinamiche. Penso a Pechino o tutta la zona della Silicon Valley, giusto per citare le prime che mi vengono in mente.

 

Ed infine. Non sono più una ragazza ingenua e quindi di New York ho colto più facilmente alcuni difetti che molti anni fa nemmeno vedevo: gli homeless, esattamente come in Italia, la sporcizia e l’inefficienza della metropolitana newyorkese (sì, lo so che è antica ed enorme, però…), la solitudine profonda di certi angoli di strada, stretti tra un grattacielo e un coffee shop dai vetri sporchi.

 

 

Oggi il mio sogno non è più vivere una vita da film a New York, perché ho capito che non esistono le vite da film.

 

Ma New York resta una città da film.