sogno azzurro di libertà

Quel sogno azzurro di libertà in testa

Gli imbianchini se ne sono appena andati e la casa è tutta bianca, come in un sogno di luce. Imbiancare è come un nuovo inizio, un colpo di spugna su tutti gli errori fuori e dentro di te, un Giubileo pagano che cancella tutti i peccati e ti fa ripartire dal Giorno Uno.

Riappendo i quadri.

Sopra il mio comodino c’è sempre stata una grande foto. Questa:

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Apro la cornice, estraggo la foto, la spolvero, passo il detergente sul vetro che adesso brilla. Rimonto tutto e osservo il quadro ricomposto. É un’immagine che agli altri dice poco, io invece non riuscirei mai a separarmene.

Intanto la cornice. Regalo di laurea di un caro amico, viene da Abu Dhabi.

E poi la foto, il momento in cui l’ho scattata. Se mi chiedi cos’è la felicità ti rispondo: questa.

5 barche a vela in una baia nella parte disabitata dell’isola di Milo, in Grecia.
C’era il sole e c’era il vento, intorno a mezzogiorno.

Scesa dalla barca, mi sono arrampicata su per la collina da cui volevo ammirare il panorama. Uno degli equipaggi era composto da coristi che cantavano madrigali del Cinquecento. Noi li prendevamo un po’ in giro, anche perché erano più vecchi. Ma è da loro che sono andata, in alto su tutto, dove intonavano all’unisono uno dei loro componimenti. Non sembravano per niente buffi, anzi ispirati.

C’era il sole, c’era il vento e c’era la loro voce, nel posto più bello del mondo, deserto e disponibile solo per noi.
E c’ero io, libera, padrona di me stessa.

Innamorata di nessun uomo, senza la voglia di averne uno, autosufficiente. Neolaureata, senza un lavoro che mi aspettasse a casa, senza scadenze, senza obblighi. Senza cellulare, perché non ne possedevo uno.

Piena di possibilità, ma così sfacciatamente libera da non doverle nemmeno prendere in considerazione. Assolutamente menefreghista, egoriferita e in pace con il mondo, come non lo sono stata mai più.

C’ero Io, c’era il il sole, c’era il vento e c’era la spiaggetta di ciottoli, che si vede a destra nella foto.

Ci sono andata a nuoto, insieme agli altri, compagni di un’avventura che ci ha uniti per poi non rivederci più. Tranne il compagno di classe che divideva la cuccetta con me. Se oggi ci sentiamo sempre vicini anche se stiamo un anno senza vederci è perché ne abbiamo fatte proprio tante insieme.

Per me la vita poteva finire anche quel giorno lì. O quel giorno durare per sempre. Più felicità di così non potevo chiedere.

 

Da allora sono passati quasi vent’anni.

Ho cambiato quattro case, portandomi sempre dietro la cornice con quella foto e mettendola sempre dalla mia parte del letto, sopra il comodino. La guardo la sera prima di addormentarmi e la mattina quando mi sveglio. A volte sono stanca o distratta, ma un’occhiatina gliela lancio sempre.

Per ricordarmi che anche se ho mille cose da fare, una famiglia, degli obblighi che mi sono scelta, dentro di me c’è sempre la fiammella accesa. Quella Veronica lì, che girava il mondo da sola, a cui qualche volta la solitudine è pesata, ma che era padrona di se stessa e non aveva nessuna responsabilità.

Oggi capisco che la ricchezza della gioventù non è soltanto il tempo che hai davanti, ma il fatto di saper vivere l’attimo al massimo delle tue possibilità.

Oggi non riesco più ad essere felice solo per me. Sono felice anche per me, ma non sono felice se qualcuno che amo non sta bene o ha dei problemi. La mia felicità è diventata qualcosa di condiviso. Non dipende solo da me, ma anche e soprattutto dai miei figli, da mio marito, dai miei genitori.

Non posso sparire nel nulla di un’isola greca ad ascoltare il rumore del vento e farmi le labbra secche di salsedine. Non posso e non voglio.

La ragazza della barca era felice di e per se stessa, infelice di e per se stessa. Oggi ho tanti modi di essere infelice, ma anche moltissimi modi per essere felice: tanti quanti gli amori che mi tengono viva.

É per questo che sotto la fotografia delle barche a Milo, ad ogni trasloco appendo sempre due ritrattini dei bambini da piccoli. E più sotto ancora, un bacio che do a mio marito, guardando in camera, un’immagine di quando stavamo insieme da pochi mesi e tutto doveva ancora succedere.

Mi accorgo solo ora che la disposizione di queste foto non è per niente casuale: i piedi ben piantati nella nostra storia, i figli che vengono dalla pancia e, più in alto, un sogno azzurro di libertà in testa.